La fabbricazione con la sola terra, senza l’impiego di pietra, calcina o altri leganti, è una pratica che affonda le sue radici in una cultura costruttiva antica, basata sull’osservazione diretta della natura e sull’uso intelligente delle risorse disponibili. Come scriveva Giuseppe Del Rosso nel 1793, costruire con la terra significa affidarsi quasi esclusivamente alla mano d’opera e imitare in modo fedele i processi naturali. Un’affermazione che, a distanza di oltre due secoli, conserva una sorprendente attualità.

In Piemonte, nell’area pianeggiante compresa tra Alessandria, Tortona e Novi Ligure, questa filosofia costruttiva ha dato origine a un patrimonio architettonico discreto ma significativo: le case di terra della Fraschetta. La Fraschetta, storicamente caratterizzata da terreni ricchi di frasche e vegetazione spontanea, è stata per secoli un territorio agricolo sotto il dominio dei duchi di Milano. Le condizioni del suolo, ricco di argilla e limo, unite a una tradizione rurale pragmatica, hanno favorito lo sviluppo di abitazioni realizzate quasi esclusivamente con terra cruda.

Queste case vengono spesso chiamate “trunere”, un termine che si è diffuso soprattutto in ambito recente. Secondo alcune interpretazioni, deriverebbe dalle parole dialettali trò o tròn, che in alessandrino indicano il mattone in terra cruda. Tuttavia, questa ipotesi non è supportata da fonti etimologiche solide e viene considerata da molti studiosi una costruzione accademica successiva. Nella pratica storica, le abitazioni di questo tipo non avevano una denominazione specifica: erano semplicemente chiamate cà d’ tèra, case di terra. Una definizione essenziale, che riflette bene il loro ruolo quotidiano e funzionale.

Dal punto di vista costruttivo, le case di terra della Fraschetta rientrano nel più ampio ambito delle costruzioni in terra cruda. Le tecniche utilizzate variavano in base alla disponibilità di materiali e alle consuetudini locali, ma il principio rimaneva invariato: la terra veniva lavorata, impastata, compattata e lasciata asciugare naturalmente. In alcuni casi si avvicinava alla tecnica del pisé, ovvero la terra battuta in casseforme, in altri all’uso di blocchi modellati e asciugati al sole. L’assenza di leganti artificiali era compensata da muri molto spessi, capaci di garantire stabilità strutturale e un buon isolamento termo-igrometrico.

Queste abitazioni non nascevano con l’ambizione di essere eterne, ma di rispondere in modo efficace ai bisogni di chi le abitava. Eppure molte sono sopravvissute nel tempo, proprio grazie alla loro capacità di adattarsi e alla manutenzione continua. La terra cruda, se protetta dall’acqua e curata con regolarità, è un materiale sorprendentemente resistente, capace di offrire comfort abitativo e di dialogare in modo naturale con l’ambiente circostante.

Con l’avvento dell’edilizia moderna e dei materiali industriali, le case di terra della Fraschetta hanno progressivamente perso centralità. In molti casi sono state trasformate, intonacate o rinforzate con materiali estranei alla loro natura originaria; in altri sono state abbandonate. Per lungo tempo sono state percepite come simbolo di arretratezza e povertà, più che come espressione di un sapere costruttivo raffinato. Solo negli ultimi decenni si è avviata una rilettura più consapevole di questo patrimonio, riconoscendone il valore storico, culturale e ambientale.

Oggi il tema non è soltanto la conservazione delle singole costruzioni, ma la comprensione del sistema territoriale e culturale di cui fanno parte. In questa prospettiva si inserisce il progetto dell’Ecomuseo “Tron e Trunere. Ecomuseo della terra cruda”, attualmente in fase di approvazione presso la Regione Piemonte. L’iniziativa nasce dalla volontà di integrare e valorizzare diverse progettualità locali, tutte accomunate dall’attenzione per l’architettura in terra cruda della Fraschetta.

I soggetti promotori includono il Comune di Bosco Marengo, il Comune di Novi Ligure e l’Associazione Amici della Biblioteca della Fraschetta di Spinetta Marengo, con il coordinamento iniziale affidato alla Provincia di Alessandria. Dopo una prima presentazione dei progetti nel 2006, la proposta ecomuseale è stata rielaborata in forma congiunta nel 2009, proprio per rafforzare l’identità comune e il valore unitario del patrimonio in terra cruda.

L’idea di ecomuseo supera il concetto tradizionale di spazio espositivo chiuso. Qui il museo coincide con il territorio stesso, con le sue architetture, i suoi paesaggi e le storie delle comunità che li hanno abitati. Le case di terra della Fraschetta non vengono isolate dal loro contesto, ma interpretate come parte integrante di un sistema culturale più ampio, fatto di agricoltura, lavoro e relazioni sociali.

Riscoprire questo patrimonio significa anche interrogarsi su modelli alternativi di costruire e abitare. Non in chiave nostalgica, ma come occasione di dialogo tra passato e presente. In un’epoca in cui sostenibilità, uso di materiali naturali e attenzione al territorio tornano centrali, le cà d’ tèra della Fraschetta continuano a raccontare una storia silenziosa, concreta e profondamente radicata nella terra da cui sono nate.

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