Cascinagrossa, oggi frazione di Alessandria, è un luogo che racconta la propria storia con discrezione. Non lo fa attraverso monumenti imponenti o grandi piazze scenografiche, ma attraverso la stratificazione silenziosa del tempo, nei campi che la circondano, nelle architetture che resistono e nei racconti tramandati di generazione in generazione. Per comprenderne davvero l’identità, occorre tornare indietro di oltre cinque secoli.

La nascita di Cascinagrossa risale alla fine del Quattrocento ed è legata alla figura del Conte Beltramo Calcamuggi Firuffini. Il suo feudo comprendeva un territorio ampio e articolato, che includeva, oltre a Cascinagrossa, anche San Giuliano Vecchio, Litta Parodi e Mandrogne. In un’epoca in cui l’organizzazione del territorio era fondata sul sistema feudale, la scelta del centro amministrativo non era mai casuale. Cascinagrossa venne individuata come fulcro del potere non solo per la sua posizione, ma per la visione strategica che il Conte aveva del suo dominio.

Fu proprio qui che venne edificata la Tenuta Calcamuggia, destinata a diventare il cuore politico, economico e simbolico del feudo. La villa non rappresentava soltanto una residenza signorile, ma un luogo di governo e di gestione delle attività agricole, punto di riferimento per l’intero territorio circostante. Cascinagrossa, in questo senso, non era un semplice borgo rurale, ma un centro decisionale vero e proprio.

Alla fine del Cinquecento, di fronte alla villa, venne costruita la parrocchia. Un elemento di grande importanza, perché per circa trecento anni rimase l’unica chiesa dell’intero feudo. Questo dato racconta molto più di quanto possa sembrare a prima vista: la concentrazione del potere religioso nello stesso luogo di quello politico rafforzava ulteriormente il ruolo di Cascinagrossa come centro vitale della comunità. Qui si amministrava, qui si celebrava, qui si scandivano i momenti fondamentali della vita collettiva.

La Tenuta Calcamuggia si estendeva su una superficie di circa cento ettari, coltivati principalmente a grano e a vite. Anche in questo caso, le scelte produttive rispondevano a una visione lungimirante. Il Conte Calcamuggi aveva intuito le potenzialità economiche della viticoltura in un periodo in cui il prezzo del vino stava crescendo e la domanda aumentava. Investire sulla vite significava garantire stabilità economica al feudo e consolidarne il prestigio.

La villa era anche luogo di rappresentanza. Al suo interno si tenevano ricevimenti e feste, momenti in cui il potere si mostrava e si consolidava attraverso le relazioni sociali. Gli ospiti arrivavano in carrozza e accedevano alla proprietà attraversando il grande portone ad arco, un passaggio che segnava simbolicamente l’ingresso in uno spazio riservato, distinto dal mondo agricolo circostante. Era un rituale che raccontava lo status del luogo e di chi lo abitava.

Intorno alla Tenuta Calcamuggia si sono stratificati, nel tempo, racconti e memorie. Tra questi, uno dei più affascinanti è quello che narra del soggiorno di Napoleone Bonaparte nella villa durante i giorni della battaglia di Marengo, combattuta il 14 giugno 1800. È una storia tramandata dalla tradizione locale, che si muove sul confine tra documentazione storica e racconto orale. Come spesso accade in luoghi antichi, il valore di queste narrazioni non sta solo nella loro verificabilità, ma nella capacità di legare il borgo a un momento cruciale della storia europea, inserendolo in una dimensione più ampia.

I Conti Calcamuggi mantennero la proprietà della tenuta anche dopo la fine del sistema feudale, avvenuta nella prima metà dell’Ottocento. Il passaggio dall’ordine feudale a quello moderno non cancellò immediatamente le strutture esistenti, ma le trasformò gradualmente. La villa continuò a essere abitata e gestita dalla famiglia fino alla fine del secolo, quando, con l’estinzione della dinastia, la proprietà venne ceduta.

Ad acquistare la tenuta fu la famiglia Taverna, attiva nel settore delle costruzioni. Per loro, la villa rappresentò principalmente una residenza per le vacanze estive. Non vennero realizzati interventi significativi né grandi trasformazioni, e per diversi decenni il complesso rimase in una sorta di sospensione, custodito ma non valorizzato pienamente.

Fu solo verso la fine del Novecento che la Tenuta Calcamuggia conobbe una nuova fase della sua storia. La proprietà venne acquistata dalla famiglia Paglieri, un nome profondamente legato all’industria italiana e noto per prodotti come il borotalco e il bagnoschiuma Felce Azzurra. Con questo passaggio, la villa e il suo contesto tornarono a essere oggetto di attenzione e cura, recuperando parte del lustro che aveva caratterizzato i secoli precedenti.

Oggi Cascinagrossa conserva ancora l’impronta di questo lungo percorso storico. È un borgo che non ha mai cercato di imporsi, ma che ha saputo attraversare il tempo adattandosi, trasformandosi e mantenendo una propria identità. Le sue origini feudali, la centralità politica e religiosa, la vocazione agricola e le successive stratificazioni raccontano una storia fatta di continuità più che di rotture.

Camminare oggi per Cascinagrossa significa muoversi in un luogo dove il passato non è mai completamente distante. È presente nei nomi, nelle architetture, nei racconti che ancora circolano. Una storia che non si offre in modo spettacolare, ma che richiede attenzione, ascolto e tempo. Proprio come i luoghi che sanno durare.

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